psiconutrizione menopausa

Menopausa: catastrofe o opportunità? Consigli psiconutrizionali

La menopausa è una fase specifica della vita della donna. Si parla spesso della menopausa come momento di crisi. Vengono enfatizzati i disturbi fisici e psicologici legati a questa fase del ciclo di vita femminile. Questo genera non poche paure.

Complessità

La menopausa è una fase di vita, ma anche un fenomeno caratterizzato da elevata complessità. Per questo, risulta utile utilizzare diversi punti di osservazione per leggerlo. Ed è consigliabile un approccio integrato per prendersene cura. È importante agganciare gli aspetti biologici, ormonali e metabolici ad aspetti psicologici.

Vediamo insieme alcuni aspetti chiave che descrivono il fenomeno.

Ormoni

Ecco una delle prime cose che vengono in mente parlando di menopausa! Il cambiamento ormonale. Questo mutamento sembra generare “tutto”. Gli ormoni vengono utilizzati come la più comune giustificazione a tutti i cambiamenti della donna. Compresi i famosi “sbalzi d’umore”. In ambiente medico i disturbi psicologici legati alla menopausa sono considerati, e quindi curati, come inevitabile conseguenza dello sconvolgimento ormonale. Pullulano quindi pubblicità di farmaci e integratori con le conosciutissime scatole rosa. Poco spazio viene dato alla considerazione degli aspetti emotivi legati al cambiamento.

Vampate di calore

Altro grande classico nella rappresentazione della donna in menopausa! La variazione nel livello di estrogeni è la spiegazione. Tuttavia, le vampate sono strettamente correlate a disturbi psichici che mantengono e, spesso, peggiorano il sintomo. Quando si presentano in maniera intensa e frequente aumentano l’incidenza di disturbi del sonno, disturbi attentivi (concentrazione e memoria) e disturbi del desiderio sessuale. Questo incide sui livelli di stress che, a cascata, scatena nuove vampate.

Cambiamento e perdita

Il cambiamento, per la donna, è totale. La conclusione del ciclo mestruale si collega, a livello psicologico, al passare del tempo e alla fine della fertilità. La donna cambia fisicamente e a questo è connessa una generale trasformazione dal punto di vista relazionale e sociale.

Corporeità e immagine di sé

Le modifiche ormonali sono responsabili del cambiamento nella distribuzione del grasso corporeo. Questo non spiega necessariamente l’aumento del peso. Tuttavia la donna comincia a fare i conti con una corporeità differente e un’immagine di sé in trasformazione. Rilevante è l’aumento di stress che può indurre ad un diverso consumo di cibo. Cibi ipercalorici possono essere utilizzati come mediatori emotivi. Il comportamento alimentare in questo periodo si modifica e questo può avvenire in due direzioni. La trascuratezza o la cura estetica ossessiva. Il primo tipo di comportamento è tipico delle donne che, vedendosi cambiate, pensano “non ci sia più nulla da fare”. Il secondo tipo è quello delle donne che “continuano a sentirsi giovani” e vogliono a tutti i costi mantenersi tali. L’obiettivo, dunque, dovrebbe essere quello di trovare la giusta misura.

Transizione

Mentre la donna è in menopausa, solitamente tutta la famiglia si trova in una fase di transizione importante. Le fasi in cui solitamente si inserisce la menopausa sono due.

  • La famiglia “trampolino di lancio”, in cui i figli si preparano all’autonomia e quindi alla separazione dai genitori;
  • La famiglia come “nido vuoto”, in cui i figli sono ormai fuori casa.

Vista la transizione in cui si trova la donna a livello psicosociale, il cambiamento risulta ancora più complesso durante la menopausa. La donna sperimenta uno stato di incertezza, confusione e emozioni ambivalenti.

Perdita

Ogni cambiamento comporta una perdita. La perdita di uno stato precedente, di equilibrio, di abitudini consolidate, di ruoli sociali e relazioni. È importante ricordarlo per una donna in menopausa. La perdita può portare con sé umore depresso che, trascurato, può condurre a depressione.

Coppia e sessualità

La donna che cambia nella sua corporeità e nella propria psiche, ha più difficoltà a sentirsi forte e fiduciosa nella relazione di coppia. È importante che la coppia si ritagli spazi di vicinanza e che possa riacquisire nuova energia! La sessualità deve essere rimessa al centro.

Consigli nutrizionali

In menopausa seguire un’alimentazione adeguata è importante per ridurre i sintomi e mantenere la donna in buona salute. È preferibile assumere ortaggi e verdure che contengano molto calcio e sali minerali (che diminuiscono in questo periodo). È utile diminuire il consumo di latticini che potrebbero portare ad un aumento del peso. Essenziale, inoltre, è la vitamina D contenuta in alte concentrazioni nell’olio di fegato di merluzzo. E in misura minore nei pesci grassi, nelle uova e nella carne di origine animale.

Per contrastare gli sbalzi d’umore è importante assumere fitoestrogeni abbondanti nella frutta secca, nella soia e più in generale nei legumi.

Approccio integrato: da catastrofe a opportunità

Durante la menopausa potrebbe essere utile iniziare un percorso psiconutrizionale, allo scopo di affrontare sia gli aspetti psicologici che biologici. Tutto questo allo scopo di ristabilire l’equilibrio psicofisico!

La cura degli aspetti fisiologici è importante. Altrettanto importante è la riscoperta di sé attraverso l’analisi degli aspetti emotivi, cognitivi e comportamentali che caratterizzano la donna in questo delicato periodo di vita. Un percorso integrato può consentire di individuare e sviluppare risorse nuove affinché la menopausa diventi una nuova opportunità per piacersi.

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Dott.ssa Luana Giovanelli – Psicologia e Psicoterapia

Dott.ssa Cristina Fantasia – Biologa Nutrizionista

obesità infantile

Obesità infantile: è giusto mettere a dieta un bambino?

Sovrappeso e obesità infantile sono in crescita nella nostra società. Molti fattori contribuiscono al verificarsi di questa tendenza. L’origine dell’obesità durante infanzia e adolescenza è complessa. Quindi è importante comprendere come intervenire nel caso di bambini in questa condizione. Mettere a dieta il bambino è utile? È l’unica soluzione disponibile?

Come mai il bambino aumenta di peso?

Ciò che determina l’aumento di peso, a tutte le età, è un meccanismo fisiologico. In estrema sintesi: un’alimentazione ipercalorica, non accompagnata da un aumento dell’attività fisica, conduce a condizioni di sovrappeso/obesità. Assumere più calorie di quelle necessarie fa sì che il peso aumenti.

Il comportamento alimentare del bambino è influenzato dal comportamento del genitore durante i pasti. Esistono comportamenti che influenzano positivamente il modo di alimentarsi dei bambini e altri che, al contrario, rinforzano comportamenti alimentari disfunzionali.

Sono i genitori a promuovere le prime esperienze che i bambini hanno con il cibo. Sia attraverso il loro stesso comportamento alimentare che mediante regole alimentari e routine quotidiane.

È importante prevenire comportamenti alimentari che conducano ad aumento del peso nei bambini.

E quando la condizione di sovrappeso o obesità è già presente, cosa fare?

Come già detto, il problema principale per un bambino che ingrassa è il comportamento dei genitori. Se è vero che esistono dei fattori genetici che predispongono all’obesità, un’alimentazione che rispetti il fabbisogno calorico del bambino è correlata a normopeso. A meno che non vi siano altre cause mediche rilevanti. Spesso bambini obesi sono figli di genitori obesi.

Occorre, quindi, che i genitori si interroghino, prima di tutto, su quale sia il loro modo di alimentarsi e di relazionarsi con il cibo. Quali routine familiari vengono sostenute. Quale stile di vita hanno scelto per sé e per i propri figli. Quale ruolo assume il cibo nella quotidianità, nella gestione delle emozioni e nelle relazioni. E quante informazioni abbiano rispetto alla sana alimentazione nel bambino.

No alla dieta nei bambini!

La prescrizione di una dieta restrittiva nei bambini non conduce ad alcun risultato e psicologicamente impedisce lo sviluppo di alcune competenze utili per gestire il proprio comportamento alimentare in modo autonomo e consapevole.

Cosa fare come genitori?

1) Favorire l’autoregolazione dell’introito calorico

È sconsigliato il controllo da parte del genitore mediante restrizione calorica o cambiamento drastico della qualità degli alimenti (proibizioni).
Un eccessivo controllo rende il bambino incapace di darsi libertà in modo sano e aumenta il rischio di comportamenti “ribelli” rispetto all’assunzione di cibo, fuori controllo.

Al contrario è utile che il bambino sia autonomo nel decidere le porzioni. Una porzione da adulto può risultare inadeguata per un bambino, il quale può sentirsi costretto ad assumere cibo oltre il suo naturale senso di sazietà. La regolazione dell’introito calorico dall’esterno non è utile e può causare due meccanismi opposti legati al cibo: rifiuto/inibizione o perdita di controllo/abbuffata. Il secondo caso è comportamento tipico di bambini sovrappeso.

2) Ascoltare i segnali fisiologici di fame e sazietà

Fame e sazietà sono due meccanismi fisiologici alla base del comportamento alimentare. Il centro della fame consente all’organismo di inviare segnali che, ascoltati, attivano verso un comportamento di assunzione di cibo. Il centro della sazietà inibisce quello della fame, bloccando lo stesso comportamento. Ecco perché, insegnare al bambino a riconoscere di volta in volta tali segnali è importante per modificare il comportamento alimentare.

È evidente che un adulto allenato ad ascoltare il proprio senso di fame e sazietà sarà più competente nell’aiutare i propri figli a farlo. È importante durante il pasto che al bambino vengano proposte porzioni adeguate e che sia stimolato, tra una portata e l’altra, a domandarsi “sono sazio?”, “ho ancora fame?”.

3) Sviluppare capacità di regolazione emotiva

Il cibo è largamente utilizzato come mediatore per gestire le proprie emozioni. Un’incapacità del genitore di riconoscere e gestire adeguatamente le proprie emozioni e quelle del bambino condurrà ad un utilizzo improprio di modalità disfunzionali, quali l’ausilio del cibo. Quante volte un bambino che piange viene consolato offrendo del cibo? Quante volte un bambino che “fa i capricci” viene punito attraverso una proibizione alimentare? Quante volte si vedono bambini annoiati che vengono intrattenuti con qualche alimento gustoso?

È utile, quindi, imparare ad ascoltarsi ed ascoltare. Avviare riflessione condivisa su come ci si sente. Trovare modi alternativi al cibo per regolare gli stati emotivi!

4) Conoscere gli effetti di fattori percettivi sul comportamento alimentare

Alcuni fattori percettivi guidano l’acquisto e l’assunzione di cibi. È importante rendersi consapevoli rispetto a ciò che accade a livello percettivo mentre si scelgono alcuni alimenti e anche mentre si mangia. Questo aiuterà a regolare il comportamento alimentare anche sulla base di come viene percepito ciò che c’è nel piatto.

I meccanismi percettivi influenzano particolarmente il modo di mangiare dei bambini. É importante, quindi, che il genitore tenga conto di colori, odori, grandezza dei piatti, e si adoperi affinché l’esperienza percettiva del bambino a tavola sia piacevole.

5) Acquisire informazioni nutrizionali utili

L’aiuto di un nutrizionista risulta comunque molto utile. Anche se per i bambini non è indicata la prescrizione di una dieta, è importante che genitori di bambini in sovrappeso o obesi si rivolgano ad un nutrizionista.

Lo scopo è quello di avere indicazioni specifiche su quantità e qualità dei cibi che il bambino può o deve assumere. È importante perché non sono i bambini a fare la spesa e a decidere, bensì i genitori. Un po’ di libertà è utile affinché il bambino sviluppi autonomia, ma è altrettanto importante che i genitori sappiano accompagnare il bambino nel fare scelte da una posizione protettiva.

Sovrappeso e obesità nell’infanzia, infatti, predispongono ad una serie di fattori di rischio cardiovascolare, diabete, ipertensione e displidemie (valori alti di trigliceridi e colesterolo ldl nel sangue). Per questo è importante per il bambino assumere alimenti sani e nelle giuste quantità.

Prevenzione e intervento psiconutrizionale

Data la compresenza di fattori psicologici e fisiologici che predispongono e mantengono sovrappeso e obesità nel bambino, risulta indicato un intervento mirato di tipo psiconutrizionale. Questo consente di avere adeguate informazioni nutrizionali e sviluppare competenze nuove di gestione del proprio comportamento alimentare e di quello del bambino.

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PSICONUTRIZIONE

Insonnia: quali rimedi?

Insonnia: cos’è?

L’insonnia è un disturbo del sonno. Il più frequente e diffuso. Circa un terzo della popolazione ne soffre. Interessa maggiormente le donne. L’insonnia può essere primaria o secondaria. Si definisce primaria quando si presenta come forma autonoma, non dipendendo da altre cause mediche.

È possibile distinguere alcuni aspetti sintomatologici dell’insonnia: difficoltà di addormentamento, risvegli frequenti, risvegli precoci con difficoltà di riaddormentamento, difficoltà a dormire in modo continuativo.

Fattori di influenza e mantenimento

Tra i fattori che influenzano e mantengono i disturbi del sonno, in questo articolo si porrà attenzione sugli aspetti psicologici e sugli aspetti nutrizionali. Lo scopo è di dare indicazioni rispetto ad una presa in carico congiunta in un percorso psiconutrizionale.

Fattori psicologici

Tra i fattori psicologici che incidono maggiormente sull’insonnia vi è lo stress. L’insonnia può manifestarsi come disturbo reattivo agli eventi stressanti della quotidianità o essere ricondotta a come sintomo secondario di un disturbo differente.

Lo stress è una situazione tipica della nostra società. La persona sperimenta richieste ambientali superiori alle risorse e capacità a disposizioni per farvi fronte. Una vita frenetica, senza “spazi di respiro” e senza un’adeguata comprensione della situazione di difficoltà, predispone alle conseguenze dello stress cronico con ripercussioni sul sonno.

Tra le cause dell’insonnia troviamo diversi disturbi psicologici. I più comuni sono: il disturbo d’ansia generalizzato e i disturbi dell’umore (per esempio, depressione). In soggetti con disturbo d’ansia generalizzato, l’insonnia si presenta prevalentemente come difficoltà a dormire in modo continuativo durante la notte. I risvegli frequenti, associati a tensione muscolo-articolare e a pensieri ricorrenti, non consente un sonno ristoratore. Nei disturbi dell’umore, l’insonnia si presenta come difficoltà a prendere sonno e come risvegli precoci (anche in piena notte) con impossibilità di riaddormentamento.

Fattori alimentari

L’alimentazione gioca un ruolo determinante nelle dinamiche del sonno, poiché mediante l’assunzione di alcuni alimenti si può favorire l’addormentamento. Al contrario l’assunzione di particolari cibi può causare un’attivazione neurofisiologica che influenza negativamente la possibilità di mantenere con continuità il sonno. Un sonno poco ristoratore ha un effetto a cascata sulla possibilità di prendere o perdere peso.

Chi dorme meglio, infatti, ha maggiori probabilità di restare magro. Durante il sonno profondo, infatti, viene prodotto l’ormone leptina, che stimola il senso di sazietà durante la giornata. La leptina agisce controllando a livello cerebrale la quantità di cibo da assumere. Chi dorme poco, non profondamente, ha invece maggiore probabilità di ingrassare. Un organismo poco riposato, infatti, produce l’ormone grelina che fa aumentare il senso di fame durante il giorno.

Un circolo vizioso che si autoalimenta

Come precedentemente visto dal punto di vista psicologico e alimentare, l’insonnia ha conseguenze psicofisiologiche sulla vita diurna che contribuiscono al mantenimento del disturbo. Per questo è necessario un trattamento specifico che consenta alla persona di modificare gradualmente alcune abitudini di vita.

Trattamento Psiconutrizionale

Psicologia

La gestione dello stress quotidiano implica primariamente la comprensione di quali eventi abbiano dato origine allo stress acuto. Questo consente di attivare competenze di problem solving per risolvere la situazione specifica, senza mantenere a livello cognitivo aspetti di ruminazione notturna. Questo significa interrompere il meccanismo per il quale prima di addormentarsi la persona avvia pensieri ricorrenti rispetto alle situazioni stressanti della giornata. Abilità di riconoscimento e mobilitazione di risorse personali e ambientali e di strutturazione del tempo, risultano essere aspetti indispensabili per ridurre i livelli di stress.

Nel caso di disturbi psicopatologici legati ad ansia e umore depresso, è importante avviare un percorso psicoterapeutico per ridurre la sintomatologia e dare senso al disagio.

Alcune attenzioni, di natura cognitivo-comportamentale, per favorire l’addormentamento notturno sono:

  • ridurre le distrazioni nel luogo in cui si dorme;
  • ridurre il livello di attivazione almeno un’ora prima di andare a dormire, dedicandosi ad attività rilassanti;
  • agevolare l’addormentamento mediante luci soffuse, suoni tenui, giusta temperatura corporea (fresco d’estate, caldo d’inverno);
  • tecniche di rilassamento per concentrarsi sullo scioglimento della tensione corporea e su pensieri positivi;
  • nel caso di risvegli precoci, non sforzarsi di stare nel letto se non si riesce a riaddormentarsi.
Alimentazione

A livello alimentare è importante assumere cibi che contengano triptofano, amminoacido che alza i livelli di serotonina e melatonina (ormone che induce sonnolenza). Alcuni alimenti consigliati nel pasto serale sono riso, ricotta, pesce, verdure a foglia larga, datteri, avena.

Al contrario, è consigliabile evitare cibi confezionati, cibi che contengano tiramina che stimola la secrezione di adrenalina (per esempio, il cioccolato) e l’alcool.

Dal momento che, come visto in precedenza, tra le cause più comuni dell’insonnia vi è lo stress è utile integrare a livello alimentare il magnesio. In caso di stress prolungato, infatti, uno dei minerali che più facilmente può essere “perduto” (perché più consumato) è appunto il magnesio.

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Endometriosi

Come prendersi cura dell’endometriosi dal punto di vista alimentare e psicologico?

La Psiconutrizione suggerisce un approccio integrato per la cura dell’endometriosi, al fianco delle tradizionali cure mediche. L’endometriosi è una malattia infiammatoria caratterizzata da cronicità che colpisce le donne in età fertile. Prevede la presenza di tessuto endometriale al di fuori dell’utero. La sintomatologia correlata all’endometriosi è variabile: dismenorrea, crampi durante il ciclo mestruale, dolori pelvici, dolori nei rapporti sessuali (dispareunia), ipofertilità.

Gli effetti dell’endometriosi non riguardano solo gli aspetti organico-corporei, poiché la malattia ha importanti ripercussioni anche dal punto di vista psicologico. La patologia incide negativamente sul funzionamento della persona dal punto di vista psicologico, relazionale e sociale. Il benessere soggettivo può risultare gravemente compromesso. Le aree più compromesse a livello psicologico riguardano: la sessualità, l’identità, la relazione di coppia, il lavoro. Il nucleo centrale attorno al quale si sviluppa la sintomatologia psicologica è il dolore cronico.

Le patologie correlate all’endometriosi sono: disturbi dell’umore, disturbi d’ansia, disturbo dell’adattamento, stress cronico. Elevati livelli di stress incidono sullo stato infiammatorio, mantenendo la malattia.

Un intervento integrato psiconutrizionale può consentire di stabilizzare e migliorare la sintomatologia derivante dall’endometriosi. In particolare il livello di infiammazione e il dolore cronico.

Dal punto di vista alimentare: una dieta a basso Indice Glicemico può intervenire sui sintomi, riducendo lo stato infiammatorio e quindi il dolore associato, rallentando lo sviluppo cellulare estrogeno dipendente.

Dal punto di vista psicologico è necessario un sostegno mirato alla riduzione dello stress, allo sviluppo o alla mobilitazione di risorse psicosociali, alla gestione delle emozioni correlate ad ansia e depressione.

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Leggi anche il mio articolo “Parliamo di dieta?”

malattie autoimmuni

Malattie autoimmuni: un corpo che si “autoattacca”. I meccanismi psicologici che contribuiscono all’insorgenza e al mantenimento della malattia.

Accogliendo una riflessione promossa da alcuni conoscenti, oggi voglio affrontare il delicato tema delle malattie autoimmuni e del percorso tortuoso che le persone affette da tali patologie si trovano ad affrontare. Con questo articolo voglio riportare l’attenzione dei professionisti della salute sulla necessità di una presa in carico congiunta dei pazienti, da parte di una équipe multidisciplinare che includa il sostegno psicologico e la psicoterapia nel percorso di cura della persona.

Dubbi e Incertezza

Le malattie autoimmuni insorgono in seguito ad un malfunzionamento del sistema immunitario, imprevedibile e inspiegabile. In un individuo con malattia autoimmune le cellule e le glicoproteine del sistema immunitario aggrediscono l’organismo piuttosto che difenderlo dagli agenti patogeni esterni. Tali patologie rappresentano ancora un mistero per la scienza. La medicina è stata in grado di individuarne i sintomi e lo sviluppo, ma restano sconosciute le cause. Per le persone affette da malattie autoimmuni non esiste cura. Esistono trattamenti sperimentali sintomatici che eliminano o diminuiscono i sintomi, spesso solo in modo temporaneo. Per tale ragione, la persona colpita da tali patologie fa i conti ogni giorno con dubbi e incertezze circa la possibilità di vivere una vita serena. La persona si trova in una situazione in cui vivere il presente è complesso ed è ancora più difficile pensare al futuro, coltivare una progettualità a partire dalle piccole cose: il lavoro, le vacanze, gli impegni domestici, la socialità. In assenza di possibilità di controllo sui fattori esterni, sperimentando uno stato ansioso continuativo, la persona tende a sviluppare meccanismi psicologici di controllo su di sé e sull’altro. Il sistema di riferimento della persona con malattia autoimmune è spesso caratterizzato da rigidità. La persona è poco disponibile ad ascoltare e accogliere il pensiero dell’altro, poiché impegnata a preservare le proprie (poche) certezze. La persona ha esperienza di pensieri intrusivi circa la malattia e le aspettative di guarigione.

Dolore cronico

Esistono molteplici malattie autoimmuni che possono colpire organi differenti quali sistema nervoso, pelle, muscoli, intestino. Alcune più comuni e conosciute, quali la sclerosi multipla, l’artrite reumatoide, il morbo di Crohn, la fibromialgia, il morbo ciliaco, la psoriasi, il diabete mellito di tipo I. Altre meno conosciute, come la Idrosadenite suppurativa e la Sindrome di Sjögren. Non tutte presentano lo stesso livello di gravità, ma una cosa le accomuna: sono invalidanti. La caratteristica delle malattie autoimmuni è che il corpo attacca sé stesso e la quotidianità della persona viene severamente minata dalla presenza di dolore cronico.

Fare i conti con l’abitudine alla sofferenza fisica porta la persona ad un esaurimento delle proprie energie e a un disinvestimento da situazioni di vita costruttive.

Limiti quotidiani

I limiti quotidiani posti dalla malattia e l’assenza di cure definitive porta la persona a sperimentare un senso di impotenza rispetto alla possibilità di prendersi cura di sé. Questo riduce l’ottimismo e la speranza, quindi il pensiero positivo e la capacità di desiderare. La persona vede di fronte a sé limiti invalicabili e reputa impossibile un cambiamento verso una situazione di maggiore benessere. È inibito il pensiero creativo e la persona è bloccata nella possibilità di essere proattiva. Si togli potere in modo coercitivo e si autoattaca, in un processo mentale e psicologico parallelo a quello del proprio corpo. Così come l’organismo legge come “pericoloso” anche ciò che non lo è, la persona vive costantemente spaventata dalla possibilità di una nuova minaccia proveniente dall’ambiente esterno anche prima che sia realmente presente.

Lo stress: un circolo vizioso

Dal momento che le malattie autoimmuni sono il risultato di molteplici fattori, risulta particolarmente rilevante il ruolo della mente nell’insorgenza dei sintomi e nel loro mantenimento nel tempo. Gli studi confermano una base genetica di tali patologie, tuttavia si è concordi nell’individuare una correlazione significativa tra disfunzione del sistema immunitario e stress. I primi sintomi, spesso, sono il risultato di situazioni stressogene vissute dall’individuo. La persona, in seguito alle prime manifestazioni sintomatiche, sviluppa un’esperienza soggettiva che è spesso traumatica ed è nuova fonte di stress. Questo attiva un circolo vizioso che aumenta la pervasività dei sintomi nel tempo.

Lo stress può essere definito come una risposta psicofisica a richieste ambientali che la persona percepisce come eccessive rispetto alle proprie possibilità di farvi fronte. Lo stress cronico è un fattore predisponente per la rottura dell’equilibrio psicosomatico che porta a manifestazioni psicosomatica, oltre che emotive e comportamentali. Ciò significa che difficoltà psicologiche possono manifestarsi anche a livello corporeo.

Ansia, depressione e aggressività

La persona affetta da malattia autoimmune sperimenta una generale incapacità di gestire un insieme caotico di emozioni che percepisce come invasive. Le emozioni di base sono sperimentate in modo dirompente e disgregante. La persona fatica a identificarle e a verbalizzarle. La paura, naturale e legittima di fronte a situazioni di pericolo reale, diviene ansia anticipatoria gestibile solo mediante stretto controllo del proprio mondo interiore e dei fattori esterni. La tristezza, derivante dalla perdita delle proprie abitudini di vita e dell’autonomia, diventa umore cronicamente depresso. Porta a chiusura relazionale, solitudine, disinteresse generalizzato, senso di vuoto, affaticamento, pensieri suicidari. La rabbia, percepita in seguito all’invasione dei propri confini da parte di qualcosa di indesiderato che non può essere allontanato, sfocia in aggressività autodiretta e eterodiretta.

Minaccia al sistema familiare

Il sistema familiare dell’individuo affetto da patologia autoimmune è minacciato. Il cambiamento delle abitudini della persona provoca cambiamenti all’interno di tutto il sistema che deve riadattarsi nella quotidianità e nella progettualità. Il sistema familiare si trova a dover fronteggiare aspetti emotivi della persona malata che si ripercuotono sulla relazione. La persona si sente più sola anche in presenza dei familiari, non vista nel suo malessere, non compresa. Gustifica i propri comportamenti aggressivi a causa della malattia, dirigendo la propria rabbia nei confronti dell’altro (familiare, amico, medico che non riesce a trovare il giusto trattamento, …). Esercita controllo sull’altro come fa su se stessa.

Necessità di un intervento integrato

Così descritte, le patologie autoimmuni richiedono una presa in carico non solo da specialisti in medicina, ma anche da professionisti della salute mentale.

Per la persona sarebbe vantaggioso essere inserita in un percorso di sostegno psicologico individuale e di gruppo, così come i suoi familiari, al fine di sviluppare strategie di gestione dei sintomi nella quotidianità, mobilitazione di risorse per far fronte alle situazioni stressogene, sviluppo di nuove competenze di gestione emotiva (mentalizzazione, verbalizzazione, espressione di sé nella relazione) e di problem solving. Accanto a questo è indispensabile che la persona si riabiliti alla socialità e alla progettualità, tenendo conto dei limiti che la malattia impone (passando per la loro accettazione) e riscoprendo il ventaglio di possibilità ancora disponibili.

Dott.ssa Luana Giovanelli

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Trattamento dei Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione: un approccio integrato

Sul web vengono diffusi molti articoli sui Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione; articoli che elencano i sintomi, che ne spiegano genericamente le cause e forniscono dati statistici sulla loro incidenza. Meno spazio è dato invece alle modalità del loro trattamento. Sempre più spesso le persone mi chiedono: “è possibile guarire?”, “in che modo è possibile prendersene cura?”, “è vero che il disturbo non se ne andrà mai per sempre?”. Tutte domande legittime. In questo articolo, in collaborazione con la Dott.ssa Valeria Galfano, medico nutrizionista, intendo rispondere alle vostre domande.

Per iniziare, ritengo utile sottolineare che spesso problemi di natura psicologica sono connessi come causa o conseguenza al comportamento alimentare della persona. I meccanismi psicologici, individuali e sociali, influenzano il rapporto che ognuno di noi ha con il cibo. Nel bene e nel male. La nutrizione è un fenomeno bio-psico-sociale. In quanto tale richiede un  approccio multidisciplinare per la gestione e risoluzione delle difficoltà legate al cibo. Questo è vero non solo in presenza di un disturbo diagnosticato ma anche nelle difficoltà quotidiane. La dieta, intesa come abitudine alimentare della persona, deve essere integrata in un sistema di significati e di aspetti affettivi e relazionali. Questo è ancora più importante quando la persona si trova a dover affrontare un problema fisico (p. es. obesità, patologie mediche, intolleranze, allergie, disturbi della nutrizione e dell’alimentazione) che richiede impegno, costanza e ridefinizione di sé nel rapporto con il mondo esterno.

In principio la prevenzione

Spesso, ancor prima di sviluppare un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione, la persona si trova a sperimentare una situazione di difficoltà personale, emotiva, relazionale che ha ricadute importanti sul suo comportamento alimentare. L’individuazione dei primi segnali di disagio e la loro comprensione può prevenire lo sviluppo del disturbo specifico. Nell’ambito della prevenzione lo psicologo ha un ruolo fondamentale poiché consente alla persona di ridefinire il problema a partire dai sintomi, anche quelli legati al cibo (p. esempio inappetenza, perdita di peso, bisogno continuo di mangiare…). In assenza di patologie mediche, il fisico reagisce ai cambiamenti che intervengono nel ciclo di vita della persona la quale ha la possibilità di dare senso agli eventi, sviluppare nuove competenze utili, mobilitare risorse per far fronte alla situazione stressogena.

Valutazione psicodiagnostica

Nella maggior parte dei casi la persona con disturbo della nutrizione e dell’alimentazione non ne è consapevole. Sperimenta un senso di sofferenza, più o meno intensa, soprattutto a livello sociale e relazionale. Spesso le persone con questo tipo di disturbo non si rivolgono ai professionisti della salute se non in seguito a pressioni da parte di familiari e amici, preoccupati dei sintomi fisici (p. esempio: dimagrimento, obesità, vomito autoindotto, …). Il primo professionista a cui si rivolgono è il medico di base e in seguito il nutrizionista. Queste figure professionali giocano un ruolo importantissimo nell’intercettare il problema e nell’avviare una presa in carico del paziente congiunta, in collaborazione con altri professionisti. In particolare psicologi, psicoterapeuti e all’occorrenza psichiatri.

Il primo passo è compiere una corretta valutazione psicodiagnostica, della durata di 2-3 sedute, utile per comprendere se la persona soffre di un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione oppure se manifesta sintomatologia correlata ad altri disturbi psicologici (p. esempio depressione, ansia, disturbi di personalità, …).

Trattamento

Tutti i disturbi psicologici, e in particolare quelli legati all’alimentazione, per poter essere affrontanti necessitano che la persona sia motivata al trattamento. Spesso, nelle fasi iniziali, è utile affiancare agli interventi medici un percorso motivazionale affinché la persona si prepari ad affrontare un percorso psicoterapeutico più complesso. Risulta particolarmente utile, in questo caso, affiancare incontri di psicoeducazione che hanno lo scopo di far conoscere alla persona quali sono i meccanismi psicologici che intervengono nello sviluppo e nel mantenimento del disturbo.

In seguito si predispone il percorso di trattamento che può prevedere sedute di psicoterapia individuale e di gruppo. Durante la psicoterapia la persona ha modo di individuare i nuclei problematici che hanno condotto al comportamento alimentare disfunzionale, comprendere il suo modo di funzionare nel qui e ora alla luce della sua storia evolutiva e familiare, apprendere nuovi modi di pensare, sentire e agire nei diversi ambiti della sua vita. Questo consente alla persona di modificare i propri comportamenti disfunzionali, per raggiungere uno stato di benessere personale e relazionale. Alla fine del percorso la persona sarà in grado di abbandonare quei comportamenti alimentari disadattivi che l’hanno portata allo sviluppo e al mantenimento del disturbo. L’inserimento in un gruppo terapeutico consente alla persona di sperimentare, in un ambiente circoscritto e protetto, i suoi nuovi modi di relazionarsi con sé e con l’altro.

In alcune circostanze è necessario il coinvolgimento dei familiari nel trattamento, al fine di costruire intorno alla persona una rete di sostegno.

L’intervento della Dott.ssa Valeria Galfano, medico nutrizionista

Valeria, ho il piacere di accoglierti nel mio spazio virtuale dedicato alla diffusione di una corretta cultura legata alla salute e al benessere. So che condividiamo un approccio integrato alla cura della persona e per questo desidero farti alcune domande.

Qual è il ruolo del nutrizionista nel riconoscere un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione?

Buongiorno Luana, sono davvero lieta di far parte di questo tuo progetto virtuale e spero che a breve si tradurrà in una collaborazione che vada oltre il web. Condivido pienamente l’approccio integrato per la cura dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione e in te vedo una figura professionale estremamente preparata e affidabile.

I disturbi dell’alimentazione sono un problema di sanità pubblica di crescente importanza e oggetto di attenzione sul piano scientifico e mediatico per la loro diffusione e per l’esordio sempre più precoce tra le fasce più giovani della popolazione.

Il medico nutrizionista gioca un ruolo primario nell’individuazione di questi disturbi poiché è tra gli specialisti che più frequentemente si trovano a contatto con questa tipologia di paziente. E’ importante sottolineare che i DCA non sono ad esclusivo appannaggio del nutrizionista; proprio per l’elevata e soprattutto sottostimata prevalenza di questi disturbi, è fondamentale che tutti i professionisti del settore siano formati per poter riconoscere prontamente la patologia e inviare il paziente allo specialista di competenza o ad un centro qualificato. Mi riferisco, nello specifico, al medico di famiglia in primis, perché è la figura che meglio in assoluto conosce il paziente e la sua storia clinica; al pediatra di libera professione e agli insegnanti scolastici, dal momento che la soglia di insorgenza si è molto abbassata interessando l’età di 7-8 anni; al ginecologo, poiché i disturbi alimentari correlano strettamente con l’amenorrea e altre patologie dell’apparato riproduttore; allo psichiatra, molto spesso si tratta di altri disturbi delle psiche che si tramutano o che si manifestano come patologie alimentari; allo psicologo psicoterapeuta, al biologo nutrizionista, al dietista e anche all’istruttore di palestra dal momento che sempre più persone si rivolgono a queste figure per migliorare la propria forma fisica e le abitudini alimentari in generale.

Quali sono le ragioni per cui il nutrizionista invia ad uno psicologo psicoterapeuta un paziente per il trattamento di un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione?

I disturbi dell’alimentazione possono essere definiti come egosintonici, i pazienti generalmente non accettano aiuto e rifiutano le cure. Al fine di ottenere buoni risultati, il percorso terapeutico deve necessariamente essere multidisciplinare e coinvolgere sia le famiglie che uno psicologo psicoterapeuta qualificato per il trattamento di questi disturbi. A tal proposito, vorrei riportare la mia esperienza professionale. Lavorando al centro di alta specializzazione per la cura dell’obesità mi trovo quotidianamente a confronto con pazienti, per lo più obesi, che soffrono di disturbi della nutrizione e che manifestano alterazioni più o meno gravi del comportamento alimentare. Alcuni di questi pazienti, specialmente se affetti da Binge Eating Disorder e Night Eating Sindrome, vengono selezionati per essere inseriti all’interno di un gruppo di educazione terapeutica, con sedute settimanali, gestite da un terapeuta specializzato, in collaborazione con due medici nutrizionisti che, con cadenza mensile, effettuano i controlli antropometrici e dietetici dei soggetti in questione. Questa esperienza mi ha rivelato, come d’altro canto mi aspettavo, che questi pazienti, a lungo termine, ottengono maggiori risultati, rispetto a coloro che sono seguiti esclusivamente dal nutrizionista o dallo psicologo. I disturbi alimentari sono patologie croniche ed è fondamentale, per una buona aderenza alle cure e alle indicazioni dietetiche, che il paziente si senta seguito nel tempo e compreso a livello emotivo, che accetti la sua patologia e si impegni costantemente nel difficile meccanismo di modificare quelle abitudini scorrette che stanno alla base dell’insorgenza della patologia.

Con quale frequenza, secondo la tua esperienza, i problemi alimentari hanno una radice psicologica?

Quando si parla di problemi alimentari, nell’immaginario collettivo, subito si fa riferimento all’anoressia nervosa e immediatamente saltano alla mente le immagini, perpetuate dalle pubblicità televisive e dai social network, di ragazze estremamente magre e sofferenti. L’anoressia nervosa è sicuramente tra i disturbi alimentari più pericolosi e difficili da trattare ma non è di certo l’unica entità clinica. Le patologie legate alla nutrizione e all’alimentazione sono un complesso territorio in cui si fanno strada vecchi e nuovi disturbi riconosciuti. Per dare un’idea della vastità dell’argomento farò un elenco delle principali patologie: anoressia nervosa, bulimia nervosa, binge eating disorder, night eating sindrome, emotional eating, ortoressia nervosa, vigoressia e, non per ultimi, sovrappeso e obesità. Per rispondere alla tua domanda, a mio avviso tutti i problemi alimentari hanno una radice psicologica. Non dimentichiamo che il cibo attiva i circuiti del piacere e della ricompensa allo stesso modo delle droghe per cui ogni alterazione della sfera emotiva e psicologica in generale, potenzialmente, può manifestarsi come disturbo della sfera alimentare.

Quanto conta una presa in carico congiunta, secondo l’approccio integrato, per la risoluzione dei problemi alimentari?

A mio avviso, la presa in carico congiunta del paziente affetto da disturbi alimentari è l’unica strategia valida per affrontare questi disordini e garantire risultati soddisfacenti nel breve e soprattutto nel lungo termine. E’ necessario che ogni professionista metta a disposizione le proprie competenze specifiche per ciò che attiene al suo settore e deleghi il trattamento delle altre alterazioni a chi di competenza. Non si tratta di una gara a chi si accaparra un maggior numero di pazienti ma di una stretta collaborazione tra professionisti che in modo congiunto lavorano all’obiettivo comune della cura della persona e non al trattamento delle singole patologie.

Qual è la tua posizione rispetto al trattamento farmacologico dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione?

Ritengo che il trattamento farmacologico debba essere riservato esclusivamente a quei soggetti con un reale e imminente rischio di vita e come ultima tappa per quei pazienti resistenti a tutte le altre forme di trattamento conservativo. Allo stesso modo ritengo che la chirurgia bariatrica debba essere valutata come opzione terapeutica per la cura dell’obesità solo in quei pazienti resistenti alla dietoterapia e al trattamento farmacologico anoressizzante. La terapia farmacologica nei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione non deve essere mai considerata come trattamento di elezione ma sempre come supporto alla terapia psicologica/psicoeducativa e nutrizionale. L’uso dei farmaci, in questi casi selezionati, è legato alla correlazione intercorrente tra alterazioni del comportamento alimentare e altre psicopatologie, tra cui depressione e disturbo ossessivo-compulsivo.

Grazie Valeria!

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Dott.ssa Luana Giovanelli

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dieta

Parliamo di dieta?

Se dico la parola cibo. A cosa pensate? Quale emozione provate? Il cibo è uno dei principali temi trattati nel mondo del fitness. Ma allarghiamo un po’ lo sguardo! Vi va?

In realtà, sembra proprio che si tratti di uno degli argomenti di discussione più quotati in ogni ambito della vita. Non credete? Le famiglie, per esempio, si organizzano intorno ai pasti principali. Non a caso, spesso capita che la prima domanda che ci si pone al mattino sia “cosa mangiamo oggi?”, “cosa tiro fuori dal frigorifero per stasera?”. Forse state pensando che capita anche a voi, come un automatismo, e solo ora ci state prestando attenzione. È così?

E della vostra attività social che dite? Vi siete accorti di quanto sia presente il cibo nei social network? Scorrendo la home di Facebook, per esempio, partono (ora anche automanticamente!) una miriade di video di ricette rapide e tutorial; e poi si trovano articoli sulle proprietà degli alimenti, moniti contro alcuni cibi e esaltazione di altri. E tutte quelle immagini invitanti di dolci e salati su Instagram? E in edicola, per chi ancora la frequenta, quante riviste esistono dedicate all’alimentazione? Per non parlare delle decine di programmi TV che propongono gare all’ultimo piatto! Confesso, anche io sono una “fanatica” della cucina e questi programmi mi attirano moltissimo.

Insomma, siamo sommersi dal cibo, bombardati. Eppure, quando si parla di dieta … “ALT!” Questo è un territorio offlimits. Le resistenze la fanno da padrone. Le emozioni piacevoli, l’entusiasmo, il divertimento e la gioia, spesso, cedono il passo alla spiacevolezza, alla noia, alla tristezza, alla rabbia, alla paura. È così anche per voi? O lo è stato? Provate a pensarci e a stare in contatto con voi … come vi sentite di fronte all’idea di stare a dieta?

Il termine dieta indica l’insieme di alimenti, variamente combinati, che si assumono abitualmente. Cosa c’è di spiacevole in questo? Per che cosa ci si sente arrabbiati, tristi e spaventati?

dieta

La maggior parte delle persone associa al termine dieta l’idea di una restrizione calorica caratterizzata da estrema rigidità. Dunque, come vi sentite di fronte ad un obbligo, ad una limitazione? Arrabbiati? La rabbia è fisiologica di fronte a delle modalità impositive rigide. Quindi è assolutamente comprensibile sperimentare questa emozione. Inoltre, di solito, all’inizio di una dieta si sperimenta un iniziale e pervasivo senso di perdita. Perdita di libertà e spontaneità, perdita di autonomia (in fin dei conti si dipende da un foglio con delle prescrizioni, da un professionista, da schemi e regole), perdita di creatività e originalità (sembra ridursi lo “spazio di manovra” per creare). E sapete qual è l’emozione fisiologicamente collegata alla perdita? La tristezza. È quindi frequente sentirsi tristi. A questo si aggiunge il cambiamento, la novità, che spaventano sempre un po’.

Questo insieme di emozioni, spesso caotico e inconsapevole, sembra essere vero sia per chi è obbligato a seguire una dieta per questioni di salute, per perdere peso o per prendere chili, che per chi si avvicina alla sana alimentazione per ragioni legate al fitness o allo sport più in generale. In questo caso intervengono un mix di motivazioni: salute, estetica e performance (di questo parlerò presto in un altro articolo!). Ma in questo articolo non ho intenzione di parlarvi specificamente di emozioni, bensì di come rendere più prevedibile ciò che vi attenderà nell’affrontare una dieta. In particolare mi soffermerò su ciò che riguarda la scelta di intraprendere un percorso alimentare di un certo tipo. E di quali sono i pro e i contro di scegliere una dieta rigida piuttosto che una dieta flessibile. Preciso subito che qui non tratterò di aspetti medici e nutrizionali (non è mia competenza!), ma delle implicazioni psicologiche delle scelte che potrete fare intorno al delicato tema dell’alimentazione; e aggiungo la promessa di approfondire questa tematica in altri suoi aspetti, in articoli futuri.

Intanto, se state pensando di iniziare una dieta, vi trovate di fronte ad una scelta. È importante riconoscersi la libertà di scegliere, in modo informato, cosa fare per sé. Su questo ognuno ha potere! Prima, vi invitavo a riflettere sulle emozioni che “girano” intorno al tema della dieta. Vi chiedo: quanto ci si può sentire intimoriti nel momento in cui si prende una nuova decisione per sé? E come è possibile ridurre lo stato d’ansia legato a questo momento? Precisavo, precedentemente, come possa essere spaventoso avventurarsi in un territorio senza conoscerlo (perché nuovo) e con un senso di imprevedibilità. Il primo passo da compiere sembra, quindi, essere la raccolta di informazioni, affinché possiate costruire una mappa fedele del territorio in cui vi muoverete (aspetto valido per tutto, non solo per l’alimentazione!), il che renderà più prevedibili i passi che farete. Provate a immaginare quale potrebbe essere l’effetto di questo modo di procedere sull’agitazione che state sperimentando.

Quindi, la prima cosa da fare è chiedersi:

  • Qual è il mio obiettivo?
  • Ho problemi di salute da risolvere o voglio solo aderire ad uno stile alimentare sano e che mi rispecchi di più?

Dati questi due punti importanti, potrebbe essere buono domandarsi:

  • Ritengo di poter procedere da solo o ho bisogno di richiedere l’aiuto di uno specialista? In questo caso so a chi rivolgermi? So come documentarmi a riguardo? Ci sono molti specialisti che ruotano intorno al settore alimentare. Solo alcuni abilitati a prescrivere diete. Altri potrebbero sostenervi nella raccolta di informazioni. A volte, in alcuni casi specifici, potreste avere bisogno di essere sostenuti psicologicamente. Insomma, da questo comprenderete quanto sia importante sapersi muovere!

Ma c’è un’altra domanda importante:

  • Da come mi conosco, per quello che so di me e del mio modo di funzionare è meglio per me una dieta rigida o una dieta flessibile? Per questa domanda è importante conoscere le differenze di queste due macrocategorie. E, probabilmente, se la difficoltà nell’intraprendere o nel portare avanti una dieta dura da tanto tempo, potrebbe essere consigliato un supporto psicoterapeutico (ma di questo vi parlerò in un altro articolo).

Vi starete chiedendo: tutte queste domande solo per una dieta? Per la mia esperienza personale e professionale, iniziare un nuovo percorso alimentare senza queste premesse sarebbe come costruire un edificio senza fondamenta!! Uno dei motivi per cui la dieta potrebbe diventare una gabbia stretta dalla quale prima o dopo si vorrà fuggire, passando da un atteggiamento di ipercontrollo su di sé a comportamenti avventati di svincolo ribelle. Adesso immagino che stiate pensando “la dieta rigida quindi non è la strada giusta”. Vi dirò, invece, che se per rigidità intendiamo “controllo” esistono anche modi sani, buoni e amorevoli per controllarsi (muovendosi in modo sicuro e proteggendosi) e questo per alcune persone (per chi si trascura, per chi agisce in modo impulsivo e incauto) risulta essere proprio importante. In questo caso la dieta rigida potrebbe essere la strada da prediligere. Al contrario, per chi parte da una situazione di estremo controllo su di sé, un po’ di libertà (non avventata) non potrà che fare bene!! Quindi: via libera alla flessibilità!

Insomma, mantenendo il focus sulla salute (sempre prioritaria) e sul proprio obiettivo, è possibile fare la scelta migliore per sé. Scelta che porterà risultati evidenti, misurabili e soprattutto duraturi nel tempo. Accompagnati da un senso di tranquillità, soddisfazione e più in generale emozioni positive.

DIETA RIGIDA

Quando parlo di dieta rigida mi riferisco a tutte quelle diete in cui vi è una impostazione schematica riguardo alla scelta degli alimenti (dosi, cibi, numero di pasti) e alla strutturazione dei pasti durante la giornata. Non intendo, quindi, una dieta ipocalorica restrittiva e che non tiene conto del fabbisogno calorico giornaliero! A tal proposito, torno a ricordare che esistono professionisti che possono aiutarvi nello stabilire ciò di cui fisiologicamente avete bisogno. Generalmente sconsiglio il fai-da-te in psicologia così come negli altri ambiti.

La dieta rigida ha una serie di vantaggi psicologici:

  • È semplice da seguire: questo può far aumentare il senso personale di autoefficacia.
  • È rassicurante: è prevedibile. L’assenza di grossi margini di modifica (macronutrienti e micronutrienti sono già prestabiliti nelle dosi scelte dallo specialista) consente di ridurre al minimo la possibilità di commettere errori.
  • È utile per raggiungere obiettivi specifici: le poche possibilità di errore aumentano la probabilità di raggiungere i risultati attesi (salvo un primo periodo in cui il fisico ha da abituarsi al nuovo regime alimentare). È un’ottima scelta per chi ha obiettivi sportivi, obiettivi di dimagrimento o di aumento di peso.

Allo stesso tempo può presentare una serie di rischi:

  • Implica adattamento passivo: la persona ha da adattarsi alla dieta preimpostata. La dieta, anche se personalizzata, è da seguire senza la possibilità di apportare modifiche sostanziali; la persona non è attiva nel decidere, rischia di restare poco in ascolto di sé.
  • Implica l’affidarsi a qualcuno: la fiducia nell’altro (oltre che in sé stessi) è centrale in questo caso. A questo proposito può intervenire un processo di “controllo dall’esterno”. Di fronte a questo (sicurezza e controllo) la persona può sperimentare emozioni ambivalenti.
  • Dinamica di dipendenza: nel lungo periodo la persona può sperimentare un senso di “dipendere da” (dal professionista, dalla scheda alimentare …), tanto da non avviare un processo di sano svincolo che implicherebbe una rieducazione alimentare che promuova l’autonomia e quindi l’auto-controllo amorevole di sé.
  • Evitamento sociale: la presenza di uno schema preimpostato, sia per l’alimentazione sana che per i momenti di “sgarro”, può diventare LA regola per gestire i propri contatti sociali. La persona sceglie i giorni in cui può uscire con gli amici sulla base del giorno di sgarro, sceglie gli amici con cui uscire e i locali da frequentare sulla base della propria scheda alimentare. Il rischio è quello di ridurre, via via, il numero di uscite e la rete sociale.
DIETA FLESSIBILE

Per dieta flessibile intendo uno stile alimentare sano caratterizzato da elasticità. In una dieta flessibile non vi sono conteggi rigorosi, non vi sono schemi preimpostati. Implica per la persona la conoscenza di sé a livello fisiologico, di qual è il proprio fabbisogno calorico, di come si impostano i macronutrienti (per un approfondimento riguardo a kcal e macro consiglio un articolo della mia amica Agne clicca qui). In questo modo la persona, pur supportata da un professionista, può gradualmente raggiungere un buon livello di autonomia e di gestione della propria alimentazione.

I vantaggi psicologici:

  • La dieta si adatta alla persona e alle situazioni sociali (tiene in considerazione, nell’ambito di un’alimentazione sana, dei gusti personali e delle variazioni della quotidianità).
  • Implica rieducazione alimentare: questo porta a promuovere autonomia. La persona sperimenta, via via, un minore senso di imposizione e controllo.
  • Stimola consapevolezza di sé: la persona impara ad ascoltarsi e ad osservarsi per stabilire cosa va bene per sé. Quali aggiustamenti vuole fare per aumentare il proprio livello di benessere.
  • È sostenibile nel lungo periodo, proprio per la varietà delle possibilità di assunzione dei cibi e di combinazioni (stimola creatività!).
  • Riduce i limiti a livello sociale: l’assenza di schemi rigidi tende ad agevolare l’incontro sociale, imparando come muoversi a livello alimentare anche quando non si è a casa e non si possono contare le kcal.

Svantaggi:

  • La dieta flessibile può diventare una “gabbia dorata”: la persona, non dipendendo più da un professionista, potrebbe cominciare a dipendere dal conteggio ossessivo dei macronutrienti per ripristinare un livello di controllo su di sé. O dalla scelta minuziosa degli alimenti per evitare il senso di colpa.
  • La dieta flessibile non è adatta a chi si approccia per le prime volte ad un percorso di cambiamento alimentare. È importante essere supportati, almeno inizialmente, da un professionista. A maggior ragione se esistono problemi di salute.
  • I risultati sportivi (soprattutto ad un livello agonistico) richiedono un necessario controllo e quindi minore flessibilità. In questi casi è più adatta una dieta rigida che renda il più prevedibili possibili i risultati.
  • Un’eccessiva flessibilità, in persone che tendono a trascurarsi e a fare scelte impulsive (p. esempio sperimentazioni azzardate) potrebbe rappresentare un problema.

Per concludere, mi sento di poter dire che, come spesso capita, la scelta migliore per sé implica conoscersi profondamente, riconoscere di cosa si ha bisogno e sapersi appoggiare ai giusti professionisti. È importante ricordare, infatti, che esistono criteri realistici, specifici e scientificamente rilevanti a cui potersi affidare. Questo aspetto è rilevante, a livello psicologico, per sperimentarsi in modo libero, creativo e rispettoso di sé, senza trascurare l’aspetto della sicurezza e della protezione.

dieta

A volte la relazione con il cibo è lo specchio della relazione che abbiamo con noi stessi e con gli altri. Un vero e proprio emblema del legame di attaccamento.

Dott.ssa Luana GIOVANELLI

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